
Nuovo decreto tariffario nazionale: protesta…
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La Sanità accreditata è in forte agitazione a causa del nuovo decreto tariffario nazionale e degli schemi di aggiornamento del nomenclatore. La protesta, portata avanti dalle Associazioni di categoria verte attorno a questioni di sostenibilità economica e disparità territoriali.
Ed invero, a meno di due mesi dalla scadenza fissata dal Tar del Lazio, il Ministero della Salute ha trasmesso alle Regioni il nuovo schema di decreto ministeriale che aggiorna le tariffe massime per la remunerazione delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica. Il provvedimento è stato inviato formalmente alla Conferenza Stato-Regioni per l’acquisizione dell’intesa da raggiungere prima della pausa estiva. Il nuovo decreto arriva in risposta diretta alle sentenze del Tar del Lazio che avevano annullato il precedente decreto del 25 novembre 2024, pur differendone gli effetti di 365 giorni a partire dal 22 settembre 2025, proprio per consentire al Governo di predisporre un nuovo provvedimento evitando vuoti normativi nell’applicazione dei Livelli essenziali di assistenza. La stessa relazione metodologica allegata al decreto richiama espressamente il contenzioso e chiarisce che il nuovo lavoro istruttorio è stato predisposto proprio per dare attuazione alle pronunce del giudice amministrativo e alle risorse stanziate dalla legge di Bilancio 2026. Le principali motivazioni a base del malcontento risiedono nella circostanza che le nuove tariffe per le prestazioni specialistiche e di diagnostica sarebbero inadeguate e non coprirebbero i costi reali di gestione del personale, acquisto di reagenti ed energia. Molte strutture, difatti, lamentano che, con i rimborsi attuali, erogare certe prestazioni genera una perdita, costringendo i centri a ridurre i servizi o a rinviare gli investimenti. Di conseguenza, l’impossibilità di sostenere l’attività a queste condizioni rischia di riversare un numero maggiore di pazienti sul sistema pubblico, peggiorando le liste d’attesa. Si evidenzia, inoltre, una frammentazione del sistema sanitario che rischia di creare standard diseguali a seconda della regione di appartenenza e quindi di determinare disparità regionali. A tal proposito, in una nota diramata dall’UAP attraverso la sua Presidente Mariastella Giorlandino si legge: “Quando la sanità privata accreditata non riesce a coprire i costi di personale, reagenti, energia, tecnologie, manutenzioni e sicurezza, è costretta a ridurre l’offerta, rinviare gli investimenti o limitare le prestazioni rese per conto del SSN. Ne derivano meno servizi disponibili, liste d’attesa più lunghe e maggiore spesa a carico delle famiglie. Anche le strutture sanitarie pubbliche subiscono direttamente gli effetti di tariffe insufficienti. Le prestazioni vengono contabilmente valorizzate a importi che possono risultare inferiori ai costi effettivamente sostenuti, con conseguenti squilibri di bilancio e minori risorse per personale, innovazione e investimenti”. “La nuova bozza, aggiunge, “è stata portata all’attenzione della stampa senza che le associazioni di categoria fossero prima convocate per esaminare i dati, i criteri utilizzati e gli effetti concreti delle nuove tariffe. Non si contesta la diffusione pubblica dello schema. Si contesta che la comunicazione abbia preceduto il confronto con chi eroga quotidianamente le prestazioni e ne conosce i costi reali. Dalla documentazione disponibile non è possibile sapere con sufficiente precisione quante strutture e quante osservazioni siano state effettivamente utilizzate per ciascuna branca, quali dati siano stati esclusi e quanto il campione finale sia rappresentativo delle diverse realtà territoriali e dimensionali del Servizio sanitario nazionale. Per numerosi settori, inoltre, il Ministero non ha determinato il costo della singola prestazione, ma ha utilizzato valori medi relativi a interi centri di costo o a gruppi di prestazioni”. A questo punto è legittimo chiedersi se il procedimento seguito stia realmente perseguendo l’interesse pubblico, che non consiste nel mantenere formalmente basse le tariffe, bensì nel garantire ai cittadini prestazioni effettivamente disponibili, tempestive e di qualità, senza trasferire sui bilanci delle strutture pubbliche e private il costo di una remunerazione insufficiente. Fa sapere l’UAP che ha chiesto formalmente al Ministero della salute di “sospendere immediatamente l’iter della bozza, rendere conoscibili i dati e i criteri utilizzati e convocare con urgenza le associazioni rappresentative degli erogatori prima del concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze e della conclusione del passaggio in Conferenza Stato-Regioni.” Adesso il percorso entra nella fase politica. L’obiettivo del Governo è chiudere l’iter entro settembre 2026, rispettando così il termine fissato dal Tar del Lazio per sostituire il decreto tariffario del 2024.




